Giuseppe's profileCOMMERCIANTE DI MAIALIPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
COMMERCIANTE DI MAIALIVendonsi suini lavorati e al naturale, di tutte le misure e pezzature, disponibili vivi, sott'olio, sott'aceto e surgelati, spedizioni in tutt'Italia tramite corrriere in busta chiusa, no perditempo. |
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Benvenuto nel mio Spaces!
Cosimo Ventaglieriwrote:
VistaMare!?
Feb. 27
Gianluca Acetowrote:
we suarììììììììì...oh ma c fin si fatt...ogni tanto connettiti su msn maledetto commerciante di maiali...a presto
Oct. 10
Marco Espositowrote:
Vista la tua Mega Page!...me sa che seguo le tue orme...
June 19
Nicola Varottowrote:
Bel blog!
Ciao
Mar. 18
...Navigando...
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8/31/2008 Gente Di MareDocumenti necessari per iscriversi alla gente di mare:
L'assunzione avviene per chiamata individuale da parte dell’armatore. Il lavoratore, per imbarcarsi, deve avere il libretto di navigazione e il patentino di pescatore.
Mi basta trovare un armatore disponibile e arrivederci e grazie a tutti. Dimenticavo che fra i documenti necessari mancano un bel paio di palle
grosse come una casa. Chiunque se ne trovasse un paio in più a casa è pregato di farmi sapere. Grazie per l'eventuale collaborazione8/30/2008 Chee-Mee-CheeCimex. Minuscole spie rosse, fastidiosi e assillanti allarmi. Nascoste mi spiano e mi scrutano nel buio, mi cercano e mi assalgono. Sono ovunque, sotto il letto, nel comodino dietro la libreria, Mi intercettano nel materasso, fra le lenzuola e sotto il cuscino. Terrorizzato le stano, le cerco e le scovo. una fiamma le allunga e le brucia, spariscono scoppiettando. Acre dolce odore di sangue bruciato. Succhiano la mia anima, prosciugano il mio spirito. Registrano e trasmettono la mia vita impegnata nella estenuante caccia. Subdola silenziosa compagnia che allevia la solitudine. Vivono la notte al mio posto, mentre dormo, se la spassano, Cagano, escono. Giocano, bevono si ubriacano. Si riempiono e si gonfiano, ma non scoppiano anzi figliano, depongono, cacano. Schiudono, nascono e crescono. Spruzzo invano cancerogena robaccia chimica ovunque. Altamente distruttiva per gli ecosistemi acquatici, estremamente pericolosa se dispersa nell'ambiente. Ora è dispersa sul mio letto, peccato non sia un lago se non di emoglobina. Aberranti grasse femmine gravide e piene sovrastano piccoli e oblunghi esili e timidi maschi. Tendono agguati, acuminate trappole purpuree in quello che credevo essere un rifugio. Zampettando serrano le loro mascelle, afferrano e mordono la carne sanguinolenta. Bolle schierate in ordinate e allineate tumefazioni sono il segno del loro passaggio. Selezionano accuratamente l'olezzo della vittima prescelta. Puzza di infamia e di tristezza. Sporco mi evitano, o forse evitano la sporcizia della coscienza. Prediligono la purezza dell'amore vero. cosa rara da trovare. Non si lasciano sfuggire la rarità dell'evento. sfruttano e consumano la fortunata occasione. Figlie malsane del sol levante e della solidale necessaria accoglienza. Viaggiano, si spostano e si fanno trasportare, parassitarie anche negli spostamenti. Macchiano l'azzurro delle lenzuola, imbrattano e sporcano esplodendo di indelebile orgoglio. Mi controllano, invadono la mia privacy violando e distruggendo la mia rara intimità. Resistono ai miei attacchi tenacemente aggrappate in oscuri e inviolabili meandri legnosi. Dormiente e letargica sicura indifferenza. Covano e tramano alle mie spalle strategie di salasso, prelievo e inutili trasfusioni. Tecniche e tattiche di invasione, raffinate strategie di demolizione psicologica e morale. Hanno vinto loro, a volte perdo anch'io, scappo, me ne vado. Seguiranno le mie valigie. Mi ruberanno il sonno e anche qualcos'altro. Ma almeno sarò meno solo. ![]() 5/12/2008 I met a Dead cat on the street... ...La nuit tous le chats sont gris...
Sto guidando, cattiva abitudine, dovrei guidare meno.
La strada è buia, senza illuminazione, fatta eccezione per un'insegna luminosa che ronzando pubblicizza un sexy shop.
Ho spento la radio perchè mi sta venendo mal di testa.
Saranno due ore che sono in giro.
Menomale che i freni fanno il loro dovere.
Mi gratto le palle perchè un piccolo gatto nero attraversa la strada di corsa.
Io questa cosa non l'ho mai capita, chissà perchè i gatti e tutti gli altri animali che di solito vengono investiti,
li vedi lì, fermi sul ciglio della strada, esitanti, e poi decidono di buttarsi proprio quando stai per passare tu...sarà masochismo, stupidità, bisogno di adrenalina, ma alla fine in fondo sono animali, proprio come noi...
Fatto sta che questo animale nero, stupido e masochista non è come tutti gli altri...
corre impaurito, spaventato dai fari della macchina che lo abbagliano...
ma ad un certo punto giunto esattamente a metà della carreggiata si ferma, si siede e mi fissa.
A quale delle sette vite sei arrivato? Spegno i fari.
Menomale che i freni hanno fatto il loro dovere.
E mentre il gatto nero mi fissa io penso a freni e frenate, rallentamenti, pause, interruzioni e fermate...
Ma il gatto mi fissa e io non posso passare. Che faccio?
Ormai sono fermo, tanto vale che scenda...
Freno a Mano
Apro lo sportello, scendo e il gatto scappa...non si volta nemmeno a guardarmi.
Rientro in macchina e tolgo il freno a mano.
Lontano un lampeggiante nello specchietto si avvicina...faccio come il gatto...fermo in mezzo alla strada lo fisso.
E' la nettezza urbana, almeno loro riusciranno a pulire un pò di sporco...
Il netturbino sporge la testa dal finestrino e grida qualcosa che non capisco.
Il camion accosta.
Rimetto il freno a mano.
Scendo dalla macchina e finalmente capisco:
"Togliti dalle balle, qui non puoi stare, vattene! Dobbiamo pulire"
![]() Broken Brakes
3/11/2008 Onicofagia Geografica
Ho appeso sul muro accanto al mio
letto una cartina geografica del mondo. Ogni mattina la prima cosa che faccio appena sveglio e buttare il dito sul muro per poi girarmi e guardare in quale parte del globo è finito. Stamattina il mio indice è atterrato sull'isola di Baffin in Canada. Certe volte vorrei poter vivere le
esperienze che vive il mio dito. Per lui è tutto più semplice, vive come un parassita attaccato alla mia mano, che a sua volta è attaccata al mio braccio unito al mio corpo. Lui l'indice, a volte si incazza perchè io in quanto suo proprietario e padrone, mi mangio la sua corazza. La divoro lentamente giorno per giorno. Consumo e ingoio ogni giorno una parte di me stesso. Sinceramente non capisco come possa incazzarsi il mio indice, dal momento che ogni mattina si alza in un posto diverso del mondo. Forse mi sono mangiato un pò troppo di quella corazza che lo protegge, e forse stamattina al confine con la Groenlandia, senza la sua corazza, il mio dito avrà sentito freddo e avrà desiderato non dover essere richiamato come ogni mattina dal mio corpo che reclama la sua parte di cheratina. O forse sono semplicemente geloso del mio dito. Almeno a lui la corazza durante la notte ricresce. A me no... 1/18/2008 Ciao Comandante!- “Qual è il suo nome marinaio?” - “Non importa signor capitano, può chiamarmi semplicemente marinaio” - “La chiamerò allievo allora se non le dispiace, le dispiace?” - “No” - “Guardi alla sua destra allora allievo, mi dica cosa vede?” - “Quello è il capo di buona speranza capitano, o mi sbaglio?” - “No ha indovinato, e mi dica, mi sa dire dove siamo diretti? - “Verso nord capitano” - “Bene” - “Ora guardi davanti a lei allievo, cosa vede?” - “Sembrerebbe una tempesta capitano” - “Esatto, lei ha paura delle tempeste allievo?” - “Non penso signor capitano, anche se questa è la prima che mi capita di affrontare in mare, e sembrerebbe anche molto grossa capitano” - “ Benissimo, non si preoccupi, ora mantenga la rotta allievo, io torno subito, ho un piccolo affare da sbrigare in coperta” - “Emh…mi scusi signor capitano, volevo dirle che questo è…ehm…questo sarebbe il mio primo imbarco…” - “E quindi?” - “Emh…non ne sono capace, non ho mai tenuto una rotta prima d’ora signor capitano, tanto meno durante una tempesta…” - “Già capisco, guardi allora non è difficile, lei tenga sempre d’occhio la bussola, e cerchi di mantenerla sempre così com’è adesso…non dovrebbe avere problemi allievo, io torno subito, e per qualsiasi cosa non si preoccupi il nostromo è nella sua cabina, non esiti a svegliarlo se dovesse averne bisogno, torno subito, non mi faccia brutti scherzi allievo…” - “Non si preoccupi signor capitano può contare su di me.” Il capitano non tornò mai più. Io invece rimasi per il resto della mia vita in plancia, a mantenere la rotta. Proprio come mi aveva detto lui…
Ho ancora la forza che serve a camminare, Francesco Guccini
11/9/2007 ...pioVe...
Cazzo, Ho rovesciato la birra sul tavolo, Asciugo. Piove. Penso di non aver mai usato un ombrello in vita mia, voglio uscire. Nudo. Sotto la pioggia. Quest’incenso fa cagare. Meglio una candela. Fa atmosfera. Luce. Rossa. Non si vede un cazzo. Piove. Tosse di merda. Piove. Sono pazzo. Mi serva aria. Piove. Luce di merda. Cazzo. Meredith è morta. Voglio andare in erasmus. Piove. Cazzo. Non posso uscire. Voglio bagnarmi. No tuffarmi. Nella pioggia non ci si tuffa? Merda. Sono vivo. Non sembra. Cazzo la birra! Solo? No. Sicuro? No. Cazzo la birra! Piove. Governo ladro. Non è vero. Merda. Foto ricordi. Luce rossa. Luce di merda. Ma come fai? Io. È morto Pavarotti. Chi? Voglio. Influssi mentali. E se fosse tutta una finzione flip? I russi sapevano i fatti loro. Da quanto tempo siamo in questo posto di merda? Bò sarà quasi un’anno ormai. Fran. Cazzo la birra. Eppure io un ombrello lo possiedo…. Merda piove Si?
10/12/2007 ...BarO...
Ero seduto al bancone del bar sotto quella che da due giorni era casa mia. Il mio sgabello cigolava. Gli altoparlanti sputavano da una mensola sopra il frigorifero l’ultimo prodotto discografico destinato ad essere proclamato “la nostra canzone” da una coppia su due.
Una ragazza vestita di verde si alzò dal suo tavolo per andare in bagno, mi girai verso di lei e le dissi che quella sarebbe stata la nostra canzone, mi guardò schifata e sparì dietro due lettere nere su sfondo bianco, WC.
Bevevo vino rosso, ed ero solo, anzi a dir la verità ero in compagnia di amici, ma avevo preferito inventare una scusa per tornare a casa e venirmene da solo al bar. Ero stranamente attratto da quel bar, così anonimo, uguale ad altri milioni di bar nel mondo, senza pretese, ma allo stesso tempo unico in quell’isolato, in quella via, in quella città, in quel paese. Un semplice bar, privo di tutti quegli inutili dettagli e di quei superflui accessori evidentemente messi lì per cercare di distinguersi dagli altri bar della zona. Quadri e poster messi lì per cercare di sembrare diversi, migliori. Cerchiamo in tutti i modi di distinguerci gli uni dagli altri, siamo circondati da una diversità ostentata, da una disomogeneità voluta e fallimentare, siamo ossessionati da un incessante bisogno di diversificarci, di riconoscerci, di non perderci nella massa.
Ma un bar, per quanto eccentricamente sia arredato, per quanti tipi di cocktails possa servire, per quanta musica “alternativa” possa mettere, per quanto diverso possa essere, rimarrà sempre e solo un bar. Uguale agli altri milioni di bar della terra, una semplice stanza dove sedersi e bere, dove sedersi e divertirsi, dove sedersi e osservare, dove sedersi ed essere osservati, dove sedersi e deprimersi, dove sedersi e piangere…. Il barista mi riempì il bicchiere, Una goccia di vino colò sul bancone, mi guardò, servì una birra locale ad un vecchio con una giacca marrone la schiuma della birrà bagnò di nuovo il bancone e il barista mi guardò di nuovo a lungo. Gli altoparlanti si zittirono per qualche secondo, silenzio. Partì un brano di Keith Jarret, finii il vino, mi accesi una sigaretta, osservai un ragazzo in jeans che giocava a flipper, sentii il rumore di uno sciacquone, la ragazza vestita in verde uscì dal bagno, mi passò accanto, mi guardò e con la faccia schifata mi disse “ora sì”
9/9/2007 ...Viagg iO...
Quattro treni, un traghetto, due autobus, un aereo e un taxi, per un totale complessivo di 25 ore di viaggio, ma alla fine distrutto, straziato, sporco, puzzolente, assonnato, e felice era arrivato… Non importava da dove era partito, né tantomeno dove era arrivato, l’unica cosa importante era il viaggio in sé, il concetto del viaggiare, quell’odore che i sedili del treno ti lasciano addosso, quei nomi e quelle facce conosciute in treno che sei destinato a dimenticare il giorno dopo, quelle attese interminabili sul pavimento dell’aeroporto, quello sguardo malinconico che attraverso il vetro di un finestrino scorge nuovi paesaggi…
Era la prima volta che viaggiava da solo. Per questo motivo era stato obbligato a socializzare, si era sentito in dovere di scambiare con gente sconosciuta quelle chiacchiere futili che normalmente detestava. Aveva conosciuto gente, moltissima gente. Aveva stretto amicizie, aveva instaurato rapporti così profondi come mai gli era capitato in un solo mese, aveva conosciuto molte ragazze, era stato con qualcuna di queste, ne aveva conosciuta una in particolare. Era partito intenzionato a rilassarsi, a divertirsi, a staccare la spina per un po’ da ciò che la sua vita era stata questo ultimo anno. In fondo, pensava, lo spirito del viaggiare è proprio quello di allontanarsi dalla routine quotidiana, di addentrarsi dentro nuove realtà, nuove vite, nuovi paesi, nuove abitudini…
E tutto questo aveva trovato nel suo viaggio, si era rilassato, si era divertito, si era dimenticato di tutto, si era quasi innamorato, ma presto tutto ciò si era dovuto infrangere contro un aspetto del viaggiare al quale non aveva mai pensato… Potrai conoscere gente, potrai instaurare bellissime amicizie, potrai vivere in posti fantastici, potrai innamorarti di moltissime ragazze, ma presto o tardi dovrai ritornare a casa, dovrai lasciare con un abbraccio e un numero di telefono, gente bellissima, gente con cui avresti passato volentieri tutta una vita, dovrai lasciare posti da favola e ricordi di belle esperienze delle quali rimarrà solo qualche fotografia. Avrebbe potuto viaggiare per tutta una vita, ma ogni volta che sarebbe dovuto ripartire, avrebbe dovuto rivivere gli stessi abbracci, le stesse lacrime, le stesse frasi e sopratutto gli stessi addii mascherati da arrivederci . Forse la soluzione sarebbe stata quella di viaggiare con più distacco, di mantenere sempre viva la consapevolezza del ritorno a casa, di non farsi trascinare troppo dalle emozioni…ma molto probabilmente così avrebbe presto perso il gusto e il piacere di viaggiare. Era troppo restrittivo sapere che ogni relazione instaurata aveva una data di scadenza, che ancor prima di cominciare a consolidarsi si sarebbe infranta contro l’evidenza che sarebbe stata una relazione a tempo determinato, che neanche tutti i migliori propositi di questo mondo sarebbero riusciti a mantenere viva oltre qualche mese… Per sfuggire ai pericoli della distanza era inevitabile pensare che avrebbe dovuto trovare amici e amori nella città dove viveva, semplicemente per rendersi la vita più facile, per eliminare definitivamente dalla sua vita il senso di amarezza insito nel viaggiare, per evitare di vivere una vita a scadenze, per evitare di cercare di mantenere in vita amicizie a migliaia di chilometri di distanza. Purtroppo era sicuro che l’amore della sua vita l’avrebbe trovato alle isole cook…e nel frattempo si era riproposto di continuare a vagare per il mondo, lasciandosi trasportare dalle emozioni, e soprattutto ripromettendosi di conservare da qualche parte dentro di sé qualcosa di ogni persona che avrebbe conosciuto…
8/2/2007 ...imPavido...
C’erano molte cose che gli davano fastidio nella società in cui era costretto a vivere, ma fra tutte quel giorno si era soffermato a riflettere su di una cosa che lo infastidiva particolarmente. Non riusciva proprio a sopportare la moderna molto molto molto particolare visione del coraggio… Non che l’originaria definizione di questo aggettivo fosse universalmente andata persa, ma spesso sentiva attribuire la parola coraggioso a chi potrebbe vedersi invece attribuito ogni altro aggettivo immaginabile tranne che questo. Aveva sentito dare del coraggioso, a chi non era scappato davanti ad un insulto; del senza-paura a chi aveva picchiato violentemente qualcuno; del temerario a chi aveva rubato una bottiglia in discoteca sotto gli occhi di un buttafuori; dell’impavido a chi si era ostinato a difendere le sue ragioni davanti a qualcuno che aveva un unico evidente pensiero, ed un’unica evidente voglia di picchiare.
Se questi sono i coraggiosi del nostro mondo, cosa e chi sono allora tutti i corrispondenti di guerra, i medici, i volontari, i parenti dei malati, i missionari e tutti coloro che si mettono in discussione e rischiano vita e salute per ideali ben più alti?
Come si può pensare di paragonare chi salva delle vite a chi invece non vede l’ora di procurare o di beccarsi un occhio nero? Come si riesce ad attribuire doti di coraggio a chi davanti alla possibilità di uno scontro, decide di non tirarsi indietro ma di picchiare? Come si può definire coraggioso chi non ha paura di fare del male a qualcuno, quando nel mondo c’è gente che si sacrifica e muore per fare del bene?
Grandi doti di coraggio ci vogliono già ogni giorno per andare avanti nella quotidianità, e chi ha scoperto e fatto proprio il vero significato del coraggio, di certo non ha bisogno di andarlo a dimostrare in una stupida rissa davanti agli amici. Chi ogni giorno mette a rischio la propria incolumità per alleviare le sofferenze di qualcuno, vi posso assicurare che ad un insulto non si sognerebbe mai di rispondere arrogantemente, ma preferirebbe di certo girarsi, fare finta di niente e continuare per la propria strada…
Era fiero di pensare che vivremmo di certo tutti molto meglio se ognuno di noi si sentisse un po’ più coniglio e un po’ meno coraggioso, e per questo motivo era altrettanto fiero di potersi coraggiosamente definire un cacasotto…
7/21/2007 ...giroVago...
Ho vagato per ore senza motivo, mi sono vestito e sono uscito di casa. Ho camminato senza meta per la città, è stato strano non l’avevo mai fatto prima… Sono uscito di casa senza una ragione, senza nessun appuntamento a cui fare tardi, senza nessuna persona da aspettare, senza nessuna commissione da fare. Ho vagato, semplicemente vagato…
È strano osservare la gente, capire la gente, giudicare e classificare la gente. Ogni persona che incrociamo per strada ci suscita strane associazioni mentali. Da piccoli insignificanti particolari siamo tutti capaci di classificare, catalogare e discriminare la gente con cui abbiamo a che fare…
C’è chi è triste, chi è felice, chi è annoiato, chi grida, chi parla, chi sta in silenzio, chi è povero, chi è ricco, chi corre, chi si rilassa, chi piange, chi ride, chi vaga…
Ma sono tutti racchiusi in categorie, in nostre inesistenti categorie mentali, è come se fossimo tutti chiusi in delle gabbie create dai nostri simili. Prigioni create dalle facce sconosciute che incrociamo ogni giorno. Gabbie create dagli sguardi spenti di chi per sbaglio ci rivolge un’occhiata…
Siamo tutti intrappolati in delle caste, dalle quali pur volendo fuggire non potremmo. Siamo confinati in assurde classi sociali che ci rimarranno cucite addosso come un tatuaggio indelebile sulla nostra pelle…
Ma la cosa più triste è che creiamo tutto ciò facendoci beffa di tutte quelle rigide basi scientifiche, di tutte quelle teorie biologiche ed evoluzionistiche che da anni sostengono che noi siamo tutti uguali. Siamo tutti mammiferi, tutti ominidi. Siamo tutti animali…
E così vagando, senza meta, vedo l’animale che ha visto i suoi sogni infrangersi contro il muro delle necessità, vedo l’animale che è dovuto scappare dalla terra in cui era nato, vedo l’animale che è riuscito a guadagnarsi soldi rispetto e fama, vedo l’animale che senza paura di incrociare gli sguardi altrui cammina tutto impettito e fiero, vedo l’animale che dorme per terra, vedo l’animale che passa accanto ad un suo simile che dorme per terra e fa finta di nulla, vedo l’animale che si è incurvato sotto il peso degli anni e delle responsabilità, e poi vedo un animale che smarrito vaga senza meta per la città…
6/21/2007 Shut Up!Soffia una leggera brezza da est, Molli gli ormeggi al tramonto, un gabbiano solitario ti accompagna all’imboccatura del porto, lasci il faro alla tua sinistra e fai rotta verso sud… navighi per un giorno intero, fino a quando scorgi una piccola insenatura riparata fra due costoni di roccia calcarea, ti ci dirigi, molli l’ancora e contemporaneamente, con un tempismo perfetto, quasi voluto il sole tramonta, ti addormenti nel pozzetto, cullato dallo sciabordio delle onde che si infrangono sullo scafo..…
…Cammini per un paio d’ore, il sentiero che stavi seguendo era scomparso nel sottobosco già da un bel po’ di chilometri, attraversi ruscelli, e scavalchi tronchi caduti, ti accompagnano i fruscii dei rami sopra la tua testa, il rumore dei legnetti che scricchiolano sotto i tuoi piedi e i giochi di luce del sole che filtra tra le foglie… …sei in centro, hai deciso di uscire un po’ di casa per prendere una boccata d’aria, è l’ora di punta e ti accorgi che tutti parlano fra loro, ridono, scherzano, gridano, fanno rumore, tu invece sei zitto, e tutto ad un tratto ti sembra che regni intorno a te il silenzio più profondo che tu abbia mai potuto sentire, quello dell’indifferenza….
…monti la tua tenda in una radura proprio mentre il sole sparisce all’orizzonte, cucini qualcosa sul fornellino da campeggio e ti infili nel sacco a pelo, il vento fischia fra le cime degli alberi, il fuoco scoppietta, e una allodola ti dà la buonanotte, lì a decine di chilometri da qualsiasi tipo di presenza umana, ti addormenti al buio e nel silenzio più assoluto…
…ti risvegliano all’alba i sassolini trascinati dalla risacca, sei in riva al mare, la luce è magica, l’odore secco della sabbia ti riempie le narici e tutto indolenzito ti tuffi in acqua e rimani lì sulla riva e farti accarezzare dalle onde che sbattono sul bagnasciuga…
…sei con una persona a cui tieni molto, avreste molto da dirvi, ma nessuno dei due ha il coraggio di parlare, il silenzio di una carezza dice molto più di mille parole e pur senza parlare vi capite… …sei lì seduto davanti a gente che non hai mai conosciuto veramente, ti viene posta una domanda frivola a cui non sai o non vuoi rispondere, ti rifugi nel silenzio di chi non ha nulla da dire… …vaghi per la città all’alba, c’è una nebbiolina fitta che attutisce ogni percezione, il motore della vespa sotto di te, sembra che non faccia nessun rumore, ammiri la calma effimera del centro storico, i palazzi sembrano dormire proprio come i loro abitanti, imbocchi sempre nuove strade, vaghi per la città senza una meta particolare, in silenzio…
…La sirena lontana di un mercantile di passaggio ti sveglia all’improvviso e ti ricorda che, per non perdere il passo non ci si può mai fermare più di tanto ad ascoltare il suono del silenzio…
6/9/2007 I Wake Up Screaming
Aveva aperto gli occhi appena da una ventina di minuti, gli aveva aperti, ma aveva molta più voglia di richiuderli. Era in preda all’indecisione, non sapeva se aprirli definitivamente, o richiuderli e ricadere nella realtà più piacevole che gli rimaneva. Era indeciso, non sapeva se era meglio continuare a nascondersi dietro quel sottile e impenetrabile velo di carne, spesso solo qualche millimetro, o affrontare come ogni giorno da qualche mese ormai, tutto ciò che si nascondeva in agguato, dietro le sue palpebre. Decise di aprirli quegli occhi, di affrontare come ogni giorno tutte quelle paure, quelle incertezze e quelle domande, che lo assillavano e lo seguivano da ormai otto mesi per l’esattezza.
Si era alzato, era andato in bagno, si era sciacquato la faccia, si era guardato di sfuggita allo specchio e si era sentito più stanco di quando era andato a dormire. Era andato in cucina, aveva sentito freddo, probabilmente perché era ancora in mutande e si era preparato un caffè. Era andato in bagno con la tazzina, aveva fatto cadere qualche goccia di caffè per terra, che non avrebbe mai pulito e aveva aperto il pacchetto giornaliero di philip morris. Aveva pensato che era troppo presto per accendersi la prima sigaretta, aveva pensato che buttava troppi soldi e troppa salute in sigarette ogni giorno e aveva pensato che sarebbe stato meglio smettere. Si era acceso la sigaretta, indeciso se provare piacere o nausea al sapore del tabacco di prima mattina; si era seduto sul cesso e si era bevuto il caffè pensando di averci messo, troppo poco zucchero di canna. Aveva buttato nel cesso la sigaretta senza finirla, il disgusto aveva vinto la battaglia contro il vizio, ma la vittoria della guerra era ancora molto lontana, quella era stata solo la prima battaglia della giornata. Aveva tirato lo scarico e si era vestito e tutto questo mentre pensava che faceva le stesse identiche cose da otto mesi a questa parte, ogni mattina. Si rassicurava dicendosi che la mattina quelle sono le cose da fare, non è che ci sia molta scelta, chissà forse sarebbe bastato invertire l’ordine di qualche azione mattutina, e magari avrebbe cominciato diversamente la giornata. Magari se si fosse vestito prima di andare a prepararsi il caffè, o se il caffè se lo fosse bevuto in cucina anziché in bagno, la sua giornata non sarebbe cambiata di molto, ma almeno nello specchietto della macchina avrebbe potuto, per una volta, non vedere nei suoi occhi la solita tristezza di chi ogni mattina fa le stesse cose da anni…
Seduto sul cesso pensava. Pensava a tutto ciò che era stato, che era e che sarebbe stato. Pensava alle scelte che aveva fatto l’anno passato, pensava che erano state delle scelte troppo impegnative, forse le più impegnative scelte che aveva fatto fino ad allora. Pensava che in ogni caso aveva fatto la scelta giusta. Pensava che in fondo non aveva rimpianti, solo un senso di incertezza di fondo che ogni tanto minava la convinzione che aveva nelle sue decisioni. Forse pensava troppo. Aveva deciso di lasciare tutto e tutti per andare a studiare fuori, aveva deciso di diventare un fuori sede, di uniformarsi allo stereotipo del fuori sede, di assumere i comportamenti, l’abbigliamento e l’aspetto che accomunavano i fuori sede in qualunque parte del mondo. Era abituato a vivere da solo, a cavarsela in ogni situazione, e a dirla tutta, gli piaceva anche parecchio la vita del fuori sede. Gli piaceva quel senso di libertà, eccome se gli piaceva, gli piaceva anche quella assoluta mancanza di orari, gli piaceva sentire il peso delle responsabilità sulle sue spalle, gli piaceva sapere e pensare che ora dipendeva tutto dalle sue scelte quotidiane, dalle sue decisioni e dalle sue indecisioni.
6/6/2007 Paura eh?
Ho scalato montagne, affrontato tempeste, preso botte, sono caduto, mi sono fatto male, ho dormito da solo nella foresta, sceso a venti metri di profondità, mi sono immerso di notte, vissuto e viaggiato da solo, fatto incidenti, visto sparatorie, risse feriti e morti, attraversato l’adriatico col mare mosso, rischiato di scivolare in un dirupo, ho passato notti in riva al mare da solo, ma ho paura. Ho paura di molte cose, un terrore di fondo che mi paralizza, mi impedisce di sognare, ho meglio di credere ai miei sogni. Ho paura di quello che succederà, ho molta paura che possa succedere troppo presto e ho paura che succederà troppo tardi. Ho paura del mio futuro, ho paura di quello che sarà di me, ho paura di me, ho paura di rimanere solo, ho paura di pensare che un giorno lo rimarrò, ho paura di fare cazzate, ho paura di non farne abbastanza, ho paura di non divertirmi, ho paura di non riuscire a godermi a pieno quello che ho, ho paura di divertirmi troppo, ho paura delle persone, ho paura dei loro giudizi, ho paura di quello che mi aspetta, ho paura di avere paura… Non si scappa dalla paura, più ti isoli e ti allontani per cercare di fuggirla più lei ti insegue, ti perseguita…più cerchi di affrontarla più ti accorgi di quanto sia difficile sfuggirle…
“Ho paura della paura; paura degli spasmi del mio spirito che delira, paura di questa orribile sensazione di incomprensibile terrore. Ho paura delle pareti, dei mobili, degli oggetti familiari che si animano di una specie di vita animale. Ho paura soprattutto del disordine del mio pensiero, della ragione che mi sfugge annebbiata, dispersa da un'angoscia misteriosa" Guy de Maupassant
6/3/2007 ...riVerso...
Era lì, in mezzo ad un centinaio di persone, ma avrebbe voluto essere a cento chilometri da quel posto infernale. Era in una stanza di una decina di metri quadrati al massimo,che un tempo doveva essere stato il salone di una vecchia villa ormai abbandonata. Uno spazio già angusto di per sé, ma reso ancora più angusto da quattro casse enormi che gli sparavano nelle orecchie una quantità spropositata dei decibel. Era un rave minimal techno e gli piaceva parecchio come situazione, ma proprio mentre era lì, mentre ballava, beveva e fumava si era fermato, era uscito dal suo corpo e si era visto dall’esterno. E aveva visto di colpo solo un ragazzo che, come tutti gli altri che lo circondavano, si dimenava, cercando di autoconvincersi di ballare discretamente magari per cercare di fare bella figura davanti a qualche ragazza, e vedendosi in questo stato, con la mente ottenebrata dalla quantità spropositata di birra e di canne che aveva assunto si era fermato. E fermo, pensava… Pensava di essere inadeguato, di stare recitando per un pubblico che in realtà non lo stava a guardare, recitava per persone invisibili, presenti solo nella sua testa…
La minimal gli minimalizzava anche i pensieri, e il battito costante dei bassi scandiva il tempo dei suoi ragionamenti. E così in una sequenza ripetitiva di beat per secondo di pensieri aveva preso la decisione di uscire a prendere una boccata d’aria. Lo spettacolo che gli si era presentato davanti era degno di un girone dantesco…nell’immenso giardino della villa giacevano riversi esanimi senza vita i corpi di almeno una cinquantina di ragazzi come lui. E fra di loro vagava una moltitudine di altri ragazzi che barcollando, si muovevano inciampando fra i corpi dei loro amici alla ricerca di una svolta di fumo, di uno spicciolo per comprarsi una birra, o di un luogo al riparo dai digossini per rullarsi uno spinello in santa pace. Si era seduto sui gradini di una scalinata accanto ad una ragazza in pieno delirio etilico che indossava una gonna cortissima, delle calze a rete nere strappate e un giubbotto di pelle pieno di borchie, e seduto lì si era acceso una sigaretta e pensava… Gli sembrava strano che un attimo prima stesse ballando, bevendo e ridendo insieme agli altri e ora era lì attonito a chiedersi cosa stesse facendo… Come era possibile che la musica, che solo un attimo prima aveva reputato di ottima qualità, ora gli sembrava solo una costante ripetitiva sequenza infernale di rimbombi nella sua testa? Com’era possibile che tutta quella gente che prima gli era sembrata apposto, simpatica e tranquilla ora gli suscitava tanto ribrezzo? Come era possibile che lui stesso, appena arrivato sul posto si era subito cominciato a divertire e ora desiderava essere da qualsiasi altra parte del mondo tranne che lì… Come poteva desiderare di starsene tranquillo a casa sua, ad ascoltare musica e a pensare, steso sul letto, a quale fosse la maniera migliore di svuotare il suo cervello dopo una giornata perfettamente identica alle altre?
E nel tempo di una sigaretta si era risposto che forse non importa dove sei dove ti trovi e cosa stai facendo, importa solo chi sei e quante domande ti poni… Ti adegui alla situazione qualunque essa sia, ti diverti indossando una maschera di volta in volta diversa, assumi il tuo ruolo e recitando fai anche finta di divertirti, oppure ti siedi su una scala accanto ad un mucchio di carne ansimante e delirante, ti togli la maschera, ti accendi una sigaretta e pensi che alla fine, per non perdere la ragione l’importante e che poi finita la sigaretta, quella maschera tu ti ricordi sempre di rimettertela per tornare dentro a divertirti…
Sarò pazzo da legare, ma alla fine è stata davvero una bella serata!
5/30/2007 ..conVersando..
C’è il buio sopra di me, forse non è vero, c’è tanta luce, tantissima luce, il viso di una ragazza che affiora appena dalla calma acqua della baia, compare e scompare sopra e sotto la superficie, forse non ha neanche un corpo quella ragazza, anzi forse non esiste neanche quella faccia. Mi giro…sono circondato, fruscii fra i canneti, respiri lenti che si avvicinano sempre più…non scappo…sono sempre più vicini…sono tutti incappucciati…mi assalgono, mi immobilizzano mi legano e mi portano via…Decido di non ribellarmi…Riapro gli occhi sono seduto su una strana sedia che oscilla continuamente, o forse non è la sedia ad oscillare, è tutta la stanza che oscilla…no, non è la stanza, sono io che oscillo…Fermo. La stanza è buia, sento il rumore della maniglia di una porta, ma non si apre…rimane socchiusa…entra un sottile spiraglio di luce da quella feritoia nel buio…Resto immobile, non mi alzo, non parlo, non grido, mi addormento. Mi sveglio e sono fermo immobile in una strada affollatissima…gente che corre, cammina, parla, ride, piange…io sono fermo e muto…indosso gli occhiali da sole e tutti quegli estranei spariscono di colpo, mi siedo per terra….mi addormento. Non riesco a respirare, mi manca l’aria, mi sento di soffocare…Vedo un grosso barile di legno pieno d’acqua, una mano mi afferra da dietro per i capelli e mi spinge la testa sott’acqua, non oppongo resistenza, la mano mi tiene la testa immersa, senza spingere, mi tiene giù…ricomincio a respirare, sott'acqua…sono vivo e mi addorm….
5/25/2007 What am i doing?Ma che sto facendo?
Spesso me lo chiedo, è strano mi spiazza..
Arriva così all’improvviso, quando meno te lo aspetti, stai lì curvo sul tuo libro a studiare e vieni colto senza preavviso dalla domanda più subdola che esista…
Per quanto mi sforzi di trovare una risposta soddisfacente, dopo qualche giorno mi ritorna sempre in testa.
Non capisco ci sono giorni che scorrono così senza neanche pensarci, e altri in cui la domandina mi assilla ogni volta che distolgo per un secondo l’attenzione da quello che sto facendo.
Le risposte che mi do sono le più ovvie e ragionevoli, e mi stanno anche bene, ma per questa domanda no, non funzionano le risposte…servono solo a zittire la vocina per un pò.
Ma poi ricompare e ti assilla, ti tortura e ti fa venire voglia di mollare tutto, di abbandonarti nella corrente.
Cosa ci fa l’uomo sulla terra? Qual è il senso della vita? Non me ne può importare di meno… desidero solo sapere cosa sto facendo Io in questo momento…
Sto studiando? No, cioè si, in un certo senso si, ma io studio e mi accorgo che il tempo passa, scorre e io che faccio lo passo studiando?
Non sono sicuro che fare qualcosa in funzione del mio futuro, sia la maniera migliore per trascorrere il tempo, è così riduttivo trascorrere il tempo sapendo che tutto quello che fai lo stai facendo per avere un futuro migliore, più bello, piacevole e sicuro…
Non potrei prendermelo già ora il mio futuro? Qualunque esso sia…
Devo sottostare alle convenzioni della nostra civiltà purtroppo, e forse mi fa anche comodo, non posso dire che non mi piaccia e che non sia fortunato…ma la domanda mi perseguita…e io non posso fare a meno di pensare che è così squallido che tutti in questo mondo agiscano pensando solo ed esclusivamente al proprio futuro, al futuro dei propri figli, al futuro del pianeta e al futuro dell’umanità.
Sento di vivere, di decidere, di studiare, di fare qualsiasi cosa, in funzione di una continua preparazione al mio avvenire..
E se il futuro non dovesse arrivare mai? Cosa si fa? Ci si limita a sopravvivere e ad aspettare?
Non lo so, non so niente io, so solo che forse dovremmo smettere di vivere in una perenne condizione di subordinazione al nostro futuro e cominciare a vivere un po’ più nel presente….
Caminante, son tus huellas Tu che sei in viaggio,
el camino, y nada más; sono le tue orme caminante, no hay camino, la strada, nient'altro; se hace camino al andar. Tu che sei in viaggio, Al andar se hace camino, non sei su una strada, y al volver la vista atrás la strada la fai tu andando. se ve la senda que nunca Mentre vai si fa la strada se ha de volver a pisar. e girandoti indietro Caminante, no hay camino, vedrai il sentiero che mai sino estelas en la mar più calpesterai. Tu che sei in viaggio,
non hai una strada, ma solo scie nel mare.
5/16/2007 Siate irragionevoli
Non ha senso cercare una logica in quello che ci circonda.
Perché ogni giorno ci affanniamo tanto in una ostinata ed estenuante ricerca di un qualsivoglia ordine che regoli le cose che vediamo, facciamo e sentiamo?
Spesso sento il bisogno di sovvertire tutto, di parlare a vanvera, di vestirmi in maniera inappropriata, di comportarmi in maniera inaspettata, di suscitare una qualche tipo di reazione in coloro che mi circondano.
Sono circondato da volti sconosciuti, da ipocriti gesti di cortesia, da parole vuote, da gesti egocentrici e da discorsi di circostanza.
L’irragionevolezza è l’unica arma a nostra disposizione.
“L’uomo ragionevole si adatta al mondo, e quello irragionevole si ostina nel voler adattare il mondo a se stesso.
Pertanto, qualunque progresso dipende dagli uomini irragionevoli”.
(Gorge Bernard Show)
Se io domani mattina dovessi uscire di casa e andare a lezione come ogni giorno, indossando però una calzamaglia gialla e fucsia e salutando tutti con “Ciao baby come butta oggi?”, farei qualche reato?
Contravverrei solo ad una legge non scritta, ad un discutibile universale senso estetico e a stupide convenzioni sul concetto di stile, di bellezza e di ragionevolezza…
Ma non credo che Bernard Show andasse girando con un perizoma leopardato, gridando a tutti i passanti frasi senza senso…
Spesso è difficile andare controcorrente, per semplice paura, un sentimento spesso più forte dell’irragionevolezza, ma anche molto più infondato di quest’ultima.
Si ha paura di qualcosa che ci può nuocere, ma un commento buono o cattivo che sia a cosa può nuocere? Alla nostra dignità? Al nostro onore? Alla nostra reputazione?
Ma cosa sono tutti questi sentimenti? Esistono? come si valuta la dignità di un uomo?
Di certo non dall’abbigliamento o dall’aderenza all’etichetta dei comportamenti in pubblico…
![]() Tutta la mia stima per questo va a chi vive in maniera irragionevole, a chi vive d’istinti e non di convenzioni, a chi dice solo cosa gli va di dire, a chi fa stronzate per un’ideale, a chi dorme sotto i ponti, a chi decide di mollare tutto, a chi vaga senza meta…
Nonostante i buoni propositi io non sono un superuomo, non ce la faccio a non rispettarle queste convenzioni, mi basta essere consapevole di avere una soglia oltre la quale definire pazzo qualcuno molto più bassa di molta gente che mi circonda.
E ora mi sa tanto che dovrò ordinare delle scarpette da golf, altrimenti non uscirò vivo da questo schifo…
4/14/2007 Beato colui che le muse amanosi perde
il mio animo
senza una meta
vaga lo sguardo,
destra, sinistra, ti riempie
il blu, ondeggiando
fra le onde
ondeggia il mio pensiero
finché
su vergini lidi
approdano
i miei piedi
sul suolo duro
non si adattano alla situazione,
nella testa solo gridi,
me ne torno in navigazione.
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